La TrashChic di Vania Benegiano
- ladonnaelettrica
- 26 gen 2021
- Tempo di lettura: 6 min
Filosofia applicata per spazzatura raffinata.

Avete presente il classico esempio per spiegare il concetto di pressione in fisica? Si, quello della signora che quando indossa i tacchi a spillo, sprofonda nel terreno mentre con le ciabatte ai piedi ciò non succede nonostante il suo peso resti invariato. Ecco, bene. Vania riesce a concentrare in un unico fragile punto tutta la forza del suo messaggio che arriva concentrato e puntuale come un dardo al centro del cuore del destinatario. Vi auguro buona lettura!
Ciao Vania, benvenuta su ladonnaelettricablog!
Mi piacerebbe parlare delle tue creazioni racchiuse sotto il marchio “Trash Chic”. Mi spieghi come realizzi le tue produzioni artigianali?
Parto dal concetto di creazione, ovvero “l’arte di creare, far nascere dal nulla” ed è ciò che mi sono proposta di fare per superare quella sensazione di inutilità e incapacità che l”essermi ritrovata, nel periodo più felice della mia vita, disabile, ipovedente e in uno stato di salute gravemente compromesso a causa di una sindrome rara. Nell’arco di pochi mesi, ho perso qualunque riferimento sociale, personale, fisico, emotivo, insieme all’indipendenza e alla mobilità. Altrettanti ne ho trascorsi ferma in un letto e, lì, ho iniziato quella che poi sarebbe diventata una vera e propria terapia per me. Muovendo l’unica parte che riuscivo, le dita, con ciò che potevo “recuperare” facilmente, ad esempio coi gomitoli avanzati dai lavori di mia madre. Ho capito che avrei potuto impiegare tutto quel tempo, quella mente sofferente e quel bagaglio pesantissimo che mi stavo trascinando e trasformarlo in qualcos’altro. In questo modo sono nati i cordoni di lana per realizzare sciarpe con le quali abbracciare, simbolicamente, i destinatari. In un colpo solo, ho imparato cose nuove, trascorso del tempo e comunicato qualcosa, un buon risultato per me, viste le premesse. Ho continuato, a mo’ di esercizio, a guardarmi attorno e a cercare di capire come poter utilizzare i miei strumenti, che si intendano come attrezzi o capacità fisiche, con ciò che avevo a disposizione, per soddisfare, anche un minimo, la voglia di autonomia. Quindi lattine diventano posacenere, bottiglie di plastica vasi, volantini pubblicitari ciotole o decorazioni, e così via.

Cosa c’è dietro al concetto di TrashChic?
È il mio personale corso di “filosofia applicata”: Spazzatura Raffinata, un gioco di parole che fa riferimento all'espressione francese tres chic che significa molto elegante, cioè consegnare una sorta di dignità e, perché no, bellezza o addirittura eleganza, a qualcosa che, sulla carta, è da buttare. Nel mio micro-mondo, mi comporto con gli oggetti come vorrei accadesse al di fuori tra gli umani e tra questi e il resto del creato. Probabilmente, c”è una sorta di identificazione, di empatia che mi serve esprimere in questo modo. E poi c’è la passione (o ossessione) per le parole, tutte e di qualsivoglia lingua; sono codici che racchiudono storie e formule in cui , spesso, mi rifugio. Trash Chic, per me, non è un risultato, ma un esercizio che mi permette di mettere in atto le parole.
Come hai avuto l’idea di realizzare questo tipo di artigianato?
È tutto racchiuso in una frase che ho letto tempo fa: “Fate ciò che potete, con ciò che avete, dove siete.” Esattamente, ciò che ho provato a fare nei momenti di totale smarrimento, in cui bisogna tirare le somme delle risorse interne ed esterne che si possiedono e metterle in campo, anche quando sembra di vivere in una tabula rasa. Così ho cercato di rendere rispetto alle grandi fortune che ho riscoperto di avere, dalle persone che non mi hanno mai abbandonata, poche ma eroiche, a ciò che, per curiosità o casualità, ho raccolto nei miei percorsi. Non reputo ciò che faccio "arte", perché questa richiede anche tecnica e preparazione che non possiedo, piuttosto lo sfogo di energie diverse. Trovare risorse nei rifiuti mi serve come una sorta di automedicazione: guardo un oggetto che ha dismesso la sua funzione originaria e immagino che diventi altro, cercando di utilizzare spesso insieme rifiuti di origine diversa. Ho tagliuzzato centinaia di pagine di cataloghi di arredamento, ad esempio, per recuperare le piccole foto di quadri, orologi, tappeti, poi finiti su vinili , bottiglie, scatole destinati al cestino, per creare un messaggio intelligibile o, semplicemente, qualcosa di nuovo.
Sul tuo blog personale di Facebook a Settembre 2020 hai presentato ai tuoi amici “il mio spazio #TrashChic, quello in cui tutte le mie ossessioni si incontrano e fanno amicizia, ad iniziare da quella per le parole, passando per quella per i simboli, girando per il vedere potenzialità e bellezza in qualsiasi cosa mi circondi, soprattutto se destinata ai rifiuti.” Alla luce di questa dichiarazione sono molto curiosa di sapere quali sono i tuoi simboli e che cosa riflettono?
I simboli che mi accompagnano sono, nel tempo, impressi sulla mia pelle. Ho iniziato a fare tatuaggi a 25 anni, dopo aver superato l’ennesima inspiegabile urgenza; li ho fatti tutti per ricordarmi come e perché sono andata avanti. Hanno in comune significati di rinascita ma anche caducità della vita, resistenza, femminilità, amore, protezione e forza materna (creatrice), anche se madre non sono. Nell’attesa di sigillare un altro superamento, cerco di tradurre i simboli che ho addosso in oggetti; spesso, ne diventano soggetto di decorazioni, come il ramo di ciliegio o le piume o le squame della mia serpentessa Kundalini, o ne sono l’origine concettuale, come la sezione aurea o la formula matematica della resilienza. Ma in gioco ci sono anche la smania di pesare il meno possibile su mio marito (già abbondantemente gravato) e sul pianeta che mi ospita nonché la necessità di comunicare, in qualche modo.
Sono stata particolarmente colpita dalla tua opera che rappresenta un paio di ali di angelo appese ad una catena. Ne sono stata subito attratta ma poi quando ho scoperto che era stata realizzata con i residui delle cartine da sigaretta…beh…l’ho trovato un concetto tanto delicato quanto tumultuoso…insomma Vania mi porti nella tua realtà attraverso oggetti della tua quotidianità e la tua espressività mi avvicina a te. Puoi raccontarmi di più su questo lavoro? Ho letto la didascalia #daidiamantinonnasceniente” è forse il sottotitolo dell’’opera?
Anche qui c’è un tatuaggio alla base: ho un’ala sul parte interna del braccio sinistro, sotto la quale metto, metaforicamente, le persone che amo, come protezione. Quando non ho più avuto le capacità per farlo a causa delle mie condizioni pesantemente aggravate da una resistenza ai farmaci, mi hanno prescritto la cannabis medica. Nei primi periodi, non avendo ancora a disposizione il vaporizzatore ed essendo fumatrice, utilizzavo questo metodo (errato) di assunzione e, facendo manualmente sigarette, conservavo gli avanzi di cartine. Grazie a questa terapia, i miei dolori si sono attenuati, le mie condizioni generali migliorate così come le mie capacità motorie, in maniera così palese da assegnarle una speranza di protezione e libertà. Alcune delle mie ali hanno come scheletro i rotoli interni della carta igienica: da qui la citazione di De André che certo, meglio di me, rende aulico e dissacrante al contempo un concetto, esplicitato nella conclusione “dal letame nascono i fior”. Ne parlano poeti, filosofi, scrittori cantanti, scienziati e tanta gente comune; si può ritrovare ovunque, se si “ascolta”. Le mie ali sono questo, per me: così chiare e leggere, ma fatte di cose umili o sbagliate; mi ricordano quanto bisogna combattere per ottenere ciò che dovrebbe essere o sembra scontato. Forse, perché nella mia realtà, c’è un contesto tanto bello quanto ostile, Taranto, una città dagli antichi fasti e dalle scelte infauste, in cui l’originaria bellezza fa fatica ad essere valorizzata e quella potenziale è negata a priori, la cui cittadinanza cresce, quella che sopravvive, nell’incessante e paradossale lotta tra Salute e Lavoro, nella paura del presente prima che del futuro, nell’accettazione che fa a pugni con la volontà di sollevare le sorti e i livelli e che pullula di belle teste e bei cuori che la amano e disposti, ancora, a combattere.
Vania, le tue creazioni parlano già da sole ma mi chiedevo comunque se hai voglia di usare questo spazio del blog ladonnaelettrica per fare un appello (di sensibilizzazione) ? O per dire qualcosa che tu reputi importante dire a chi passerà da questo blog?
Non credo di poter insegnare qualcosa o dare consigli, motivo per cui non faccio tutorial o cose simili; credo che ognuno possa trovare le tecniche più confacenti per fare, muovere o smuovere qualcosa. A volte, basta ascoltare una canzone o leggere un testo per trovare spunti o risposte., se ci si predispone un minimo alla loro accoglienza e al confronto con sé stessi e con gli altri. Credo, però, di poter invitare gli uomini, ma, soprattutto, le donne che approderanno in questo spazio, a guardarsi e guardare gli altri con la consapevolezza che quella perfezione preconfezionata a cui spesso si agogna non è prevista in natura, che la vita può avere sfumature inaspettate che tocca a noi mixare cercandone l’armonia, che le strade cambiano o si interrompono per dei tratti e, se si sceglie di proseguire, bisogna armarsi di volontà, dignità , umiltà e rispetto.










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