Alessandra Eramo, poetessa del suono
- ladonnaelettrica
- 2 mar 2021
- Tempo di lettura: 11 min
Aggiornamento: 3 mar 2021
Viaggio sonoro dei luoghi pericolosi tra rinnovamento e rivoluzione

Alessandra Eramo è un'artista del suono e cantante con sede a Berlino che lavora con performance e installazione, composizione testo-suono, video e disegno, esplorando territori acustici latenti della voce umana e del rumore come materia socio-politica. Combinando arte visiva e musica contemporanea, sviluppa progetti artistici e performance dal vivo che affrontano questioni di corpo, memoria e identità, spesso adottando azioni partecipative, registrazioni sul campo, modalità site-specific e approcci sperimentali alla composizione. Attraverso narrazioni simboliche ed espressioni viscerali, il fulcro della sua pratica è l'estensione della voce in tutte le sue forme e implicazioni in contesti sonori e visivi. Ottenendo riconoscimenti internazionali per la sua performance vocale non convenzionale, ha esposto ampiamente a festival, radio, musei, gallerie e istituzioni come: Savvy Contemporary Berlin, Liminaria / Manifesta12 Palermo, BBC Radio 3, Battiti RAI Radio3, Tempo Reale Festival Florence, 6th Biennale d’arte contemporanea di Salonicco, Transmediale Berlin, Heroines of Sound Festival Berlin, Museum FLUXUS + Potsdam, Lyd + Litteratur Festival Aarhus, Galerie Haus am Lützowplatz Berlin, PACT Zollverein Essen, Liverpool Biennial 2013, Roulette New York, Audiorama Stockholm, Padiglione Italia nel Mondo / 54a Biennale di Venezia.
Alessandra Eramo, in arte Ezramo, è una vera poetessa del suono fonte di tanta ispirazione per me e che ringrazio per la sua capacità di condurmi, attraverso la sua arte, proprio al centro della mia pancia e a svariate visioni ancestrali. In particolare ascoltare i suoi lavori su Taranto (e non solo) è stata per me un'esperienza catartica: una serie di epifanie mi hanno portato negli abissi a contatto con le mie radici, quelle più recondite. Un aspetto fondamentale che voglio investigare nella mia ricerca personale e artistica è di capire come altre artiste che vivono fuori sede come me percepiscano la propria città natale e si relazionino con essa. Non c'è artista più indicata di Alessandra Eramo che possa condurmi in questo percorso che vi invito a seguire alla scoperta di una manifestazione straordinaria di bellezza, quella che spero, possa un giorno salvare il mondo.

© photo by Camille Blake
Ciao Alessandra, benvenuta su ladonnaelettricablog sono onorata e commossa della tua partecipazione e per il tuo contributo in questo luogo che, se pur virtuale e informale, riunisce personalità autentiche e in qualche modo diventa uno "spazio concreto" proprio grazie al peso dei contenuti e della loro qualità.
Ci conosciamo da tanto tempo eppure troppo ne è intercorso dal nostro ultimo incontro. Da quanto non vivi più a Taranto? E da quanto sei a Berlino?
Ciao Valeria, sono io a ringraziarti. Taranto, il luogo delle nostre origini, ci accomuna, ma non solo. Avevo appena 14 anni quando tu, che eri un po' più grande di me, dopo avermi sentito cantare per caso nel corridoio del nostro liceo, mi hai invitato a cantare nella tua band. C'è l'amore per la musica che entrambe nutriamo da sempre. Come molte giovani meridionali della nostra generazione, sono andata via da Taranto a 18 anni dopo la maturità al liceo classico; mi sono trasferita a Milano per studiare all'Accademia di Belle Arti di Brera, pur coltivando sempre lo studio e la pratica musicale: volevo formarmi e lavorare come artista. Milano e Brera sono state mie “maestre” fondamentali. Grazie ad una borsa di studio Erasmus, ho frequentato anche l'Accademia di Belle Arti e Design di Stoccarda in Germania, dove ho concluso i miei studi artistici e dove in seguito ho deciso di trasferirmi definitivamente. A Stoccarda ho fatto le prime esperienze con la performance sonora e sound art: abbiamo fondato assieme ad alcuni ex-studenti del Conservatorio di Stoccarda l'associazione Plattform für aktuelle Musik. Nel 2009 assieme al mio partner in crime Wendelin Büchler – curatore della casa discografica Corvo Records – ci siamo trasferiti a Berlino.
Di Berlino ci siamo innamorati quasi di tutto: il giusto disordine, il cielo immenso, il via vai di artisti da tutto il mondo, la storia e le fratture, il verde ovunque, la libertà che si respira. Ancora oggi adoro il fatto di non riuscire a capire sempre tutto di questa città. Ma soprattutto, come artista e compositrice che lavora principalmente con la voce e la poesia sonora, ho bisogno di vivere in un luogo proprio come Berlino in cui quotidianamente posso ascoltare tante lingue diverse; tutto ciò è fonte di ispirazione per me.
Visitando il tuo sito ho scoperto con gioia che nel 2013 sei tornata a Taranto per una residenza artistica, esperienza dalla quale hai creato Se Dio Vuole una scultura sonora (installazione) che è stata diffusa in un ambiente all'interno di un palazzo storico di Taranto al termine della residenza. Otto sorgenti sonore e tre tipologie di ascolto che riecheggiavano tra le zoche dei miticoltori, tra preziosi ritrovamenti arrivati dal mar Piccolo, una tua poesia leggibile da un piedistallo sistemato tra un mare di fogli segnati da una serie di tuoi gesti grafici . Innanzitutto mi complimento, il tuo lavoro mi ha molto colpita.
Quale spinta ti ha portata ad ideare, curare e vivere in prima persona la residenza artistica "Correnti Seduttive"? Hai voglia di raccontarmi qualcosa di questa esperienza?
Grazie! Molto volentieri. L'idea di organizzare una residenza a Taranto nacque a Berlino durante una cena con gli artisti, che poi parteciparono al progetto, Steffi Weismann, Georg Klein, Peter Cusack e Wendelin Büchler. Parlavamo dei suoni dei luoghi pericolosi. Mi sono fatta avanti dicendo: “Io ne conosco uno, e piuttosto bene!”. Luogo e oggetto di ricerca artistica di Correnti Seduttive è Taranto. Un luogo appunto ricco di contrasti, di grande bellezza e di estrema pericolosità per coloro che vi abitano a causa dell'inquinamento.
Con l'installazione sonora Se Dio Vuole ho tentato di avvicinarmi a queste problematiche, ad esplorare la dicotomia bellezza-pericolo, utilizzando principalmente i suoni che ho registrato sul Mar Piccolo, la corda (Zoc) dove da secoli nasce la cozza tarantina, il canto e il disegno. Quest'opera porge un omaggio a Taranto e al suo mare. Quei suoni e quelle corde che solitamente sono nascoste sott'acqua, mi ricordano le mie radici.
Correnti Seduttive è stata un'indimenticabile esperienza artistica, realizzata grazie al sostegno di istituzioni tedesche come il Goethe Institut di Napoli, il Senato di Berlino e l'ifA. Fondamentale è stata per noi la cooperazione con Angelo Cannata de “Le Sciaje”. Angelo è stata la nostra preziosissima e insostituibile guida in Città Vecchia e sul Mar Piccolo, così come lo storico dell'arte tarantina Silvia Naccarati che ha seguito brillantemente tutta la fase di preparazione e allestimento della mostra. E, non in ultimo, grazie all'insostituibile sostegno logistico e spirituale dei miei genitori, che sono residenti a Taranto. Non finirò mai di esser grata a tutti loro.

Se Dio Vuole - Installazione, Alessandra Eramo
Cosa hai trovato o cosa hai scoperto come "ritornante" rispetto a quando eri a tutti gli effetti una cittadina di Taranto?

Il fatto di esser nata e cresciuta a Taranto ha lasciato sicuramente un segno nella mia vita. Da adolescente ho coniato l'espressione siderurgica tristezza: nel 2006 ho pubblicato per la prima volta questa espressione in una mia poesia che era parte di un'installazione multimediale per una mostra studentesca dell'Accademia di Stoccarda. La siderurgica tristezza, una specie di stato d'animo che mi accompagnava. Ma col tempo per fortuna prendiamo una certa distanza dal nostro passato, iniziamo a ricercare nuovi concetti e spazi dove il legame con il passato non è più così forte. Questo processo è collegato all'idea di casa, di radici. Cosa significa ancora per noi e come si trasforma quest’idea di casa e appartenenza? Mi piace l'idea di trasformazione. Posso ancora considerarmi una tarantina? Sono la forestiera? Questa è una delle domande più
Se Dio Vuole - Installazione, Alessandra Eramo
importanti che mi sono posta quando sono ritornata a Taranto per il progetto di Correnti Seduttive: sono arrivata come artista, non solo come figlia. Ho avuto il sostegno di organizzazioni internazionali e facevo parte di un collettivo di artisti professionisti, arrivati per compiere ricerche, interagire, organizzare e produrre una mostra. Era difficile definire la mia posizione.

Nel 2016-2017 ho realizzato
Migratory Echoes
un'installazione e performance sonora esposta alla 6a Biennale d'Arte Contemporanea di Salonicco. Quest'opera - sviluppatasi inizialmente attraverso l'interazione con gli emigrati italiani qui a Berlino - è basata sulla domanda rivolta ale persone migranti greche in Germania e a
Migratory Echoes - Installazione, Alessandra Eramo
quelle di diverse origini a Salonicco “Quale suono ti viene in mente quando pensi alla tua casa, alle tue radici?”. Ho registrato le voci delle persone intervistate che mi raccontavano o imitavano i suoni della loro “casa”: dal suono delle onde del mare, al fischiare del vento, le cantilene dei venditori ambulanti di materassi, il fragore dei motorini, il rumore della macchinetta del caffé o delle pentole in cucina, il coro delle cicale.
Per l'installazione ho utilizzato degli scatoloni tipo quelli che si usano per il trasloco, disegni su carta e la composizione di voci degli intervistati diffusa attraverso degli altoparlanti; ho voluto far riecheggiare un'idea di casa partendo dalle piccole memorie personali e dai sogni delle persone intervistate, provando a scardinare il concetto di “patria”.

Migratory Echoes - Installazione, Alessandra Eramo
Nel brano Ofeleia si può ascoltare il risultato poetico di una ricerca fonologica e musicale delle assonanze tra i suoni del dialetto tarantino e alcune parole dal greco antico.
Ascoltandolo sono sopraggiunte una serie di immagini che al di là di ogni mia aspettativa hanno riportato alla mia mente alcuni suoni tipici del territorio tarantino: in particolare i suoni derivanti dalle attività marittime come ad esempio il suono dell'acqua che schiaffeggia la chiglia di una barca. Mi sono chiesta come fosse possibile che quei gesti vocali potessero condurmi a questo tipo immaginario. Ero incredula. Per quale alchimia certe parole, certi ritmi e certi suoni vocali sono riusciti ad evocare l'esperienza intima e piena di stupore di un antico vissuto?
Detto questo, avrei voglia di scavare oltre la superficie, oltre ciò che è più ovvio, come ad esempio i motivi che, date le condizioni difficili in cui verte la nostra città, ti hanno spinta a cercare questi vocaboli. Sono invece curiosa di indagare le modalità e il processo creativo che ti ha portato a scandagliare le qualità di questi suoni:
biaia: violenza, atto violento
taras, tarantos: Taranto, da Taranto
tarantinos: Tarantini
ofeleia: aiuto, sostegno
ota, ous: orecchie
kataftora, katafteiro: distruzione, morte
kataugazo: illuminazione
eleferamenos: crudeltà, devastazione
elpis, elpidos: speranza
Pensando a Taranto, ho selezionato d'istinto dal mio vecchio dizionario di greco antico alcune parole di dolore e speranza - infatti probabilmente ci sono degli errori nella mia trascrizione, ma questo non è molto interessante.
Incorporare il dolore è forse anche un modo per liberarsene? Un po' come facevano le donne cosiddette “tarantate”, che nel Salento organizzavano i loro riti di auto-guarigione ed emancipazione per mezzo delle musiche e danze frenetiche della tarantella....
Ho pronunciato quelle parole di dolore e speranza, ripetendole e decostruendole; tentavo di interpretare parole in greco antico di cui di fatto noi persone moderne, nonostante gli apprezzabili sforzi dei filologi, non conosciamo il suono. Mi piace l'assurdità di questo mio gesto vocale. Ho lasciato fluire liberamente i suoni del dialetto tarantino – o “proto-tarantino” - nella composizione finale. Questi suoni sono dentro di me ed emergono attraverso la mia voce, modo di parlare, canto. La mia intenzione è di ricercare questi suoni, esaltandoli, nobilitandoli fino a trasformarne il senso.

© Photo by Nelson Campos
Il luogo in cui hai presentato al pubblico la tua installazione sonora "Se Dio Vuole" è stato Palazzo Galeota a Taranto vecchia. Uno spazio storico che ha ospitato svariati eventi che quando riapre ai propri cittadini fa perdere l'efficacia del proverbio nemo profeta in patria.
Mi piacerebbe ricevere un tuo feedback rispetto alla tua esperienza.
C'è stata partecipazione della cittadinanza? Che tipo di risonanza popolare hai riscontrato? È stato il risultato più autentico che avresti sperato?
Quando siamo arrivati noi nell'autunno 2013, un intero piano del Palazzo Galeota a Taranto Vecchia era semi-abbandonato. Uno splendido esemplare di edilizia aristocratica settecentesca tarantina che era in quel momento parzialmente negato alla cittadinanza. È stato quasi incredibile per noi poter “riaprire le porte” di questo palazzo per ospitare la mostra. Così come è stato un bel successo poter offrire alla cittadinanza degli interventi artistici nello spazio pubblico, in luoghi-simbolo del Borgo di Taranto. Ti lascio immaginare l'aspetto burocratico stile “mission impossible” per realizzare tutto ciò, a Taranto...
Per “Correnti Seduttive” abbiamo cercato di approcciarci alle problematiche di Taranto con lo sguardo (e soprattutto l'ascolto!) poetico, volevamo ascoltare. Con delicatezza abbiamo elaborato delle opere per e su Taranto, per poi offrire una mostra di arte sonora. Il pubblico alla mostra era numerosissimo! Ho notato tanta curiosità da parte del pubblico tarantino, tanta sete di arte e cultura. Abbiamo trascorso molto tempo a conversare con la gente, e io cercavo di fare del mio meglio come traduttrice per il nostro gruppo di artisti che non parlavano italiano. Era un pubblico perfetto. Una gioia immensa poter condividere queste sensazioni insieme ai tarantini, che ringrazio per la loro capacità di ascolto. Poi, quando tutto è finito, è anche arrivato il momento della nostra partenza, dei saluti, e di nuove domande: tornando a Berlino conoscevamo il bagaglio di esperienza che stavamo portando con noi, ma cosa stavamo lasciando a Taranto? Oltre alla condivisa voglia di cambiamento e di riscatto, quel momento di relazione tra tarantini, berlinesi – e me nel mezzo - generatosi grazie ad una residenza e una mostra probabilmente ha rafforzato ancora di più l'amore verso Taranto, forse ha anche contribuito a consolidare nei cittadini la capacità di ascolto della città, per apprezzarne ancor di più la bellezza. Tu, ad inizio intervista, alludi con speranza che la bellezza ci salverà. Mi piace questo tuo messaggio. In merito, penso che sia necessaria la consapevolezza della bellezza come dono da coltivare e curare ogni giorno, per saperlo condividere.
Qual è, se c'è, l'azione ecologista che c'è dietro questo lavoro (residenza compresa)?
Mi sono interessata a capire qualcosa del disastro ecologico del Mar Piccolo, il mare inquinato da decenni di scarichi illeciti dell'Arsenale della Marina Militare. Proprio quel mare di una bellezza commovente, che è stato per secoli fonte di sostentamento e ricchezza per i tarantini grazie alla mitilicultura. Era un mare che amavo ma che mi faceva paura. Dunque ho capito che dovevo fare amicizia nuovamente con lui. Perciò mi sono avvicinata, l'ho ascoltato, il bello e ciò che è stato violentato. Ho registrato dal molo in diverse ore del giorno e della notte. Lì dove il rumore fisso e costante dell'industria è travolgente, soprattutto la notte e la mattina presto: il rumore entra violentemente nella vita quotidiana degli abitanti e posso riconoscere tale brutalità anche nel grido dei gabbiani. E' come un canto disperato per la sopravvivenza.
Peter Cusack, ad esempio, ha realizzato una registrazione sottomarina nel Mar Piccolo in cui ha colto un piccolo rumorino delle conchiglie, evidentemente mentre esse respirano, o qualcosa del genere.
E' una registrazione emblematica, come un segno di resistenza, nella sua semplicità ha avuto un fortissimo impatto per molti tarantini, alcuni dei quali, ascoltandola nella mostra, si sono quasi commossi.
Credo che lo sviluppare – ed emancipare - il nostro ascolto verso tutta la vita prodigiosa intorno a noi possa avvicinarci alla compassione, un sentimento che ci permette di non porci nella posizione di dominio nei confronti della natura.
In BAR BAR uno delle tue ultime composizioni, presentato in occasione del Festival des Gestes de la Recherche 2020 che ho seguito dalla Radio Papesse ho potuto notare come la ricerca delle tue origini continua con grande slancio. Anche in questo caso il tuo lavoro mi ha coinvolta tantissimo. Questa volta è stata la componente femminile ha rendermi la mano.
Mi hai stimolato ancora una volta a sforzarmi di capire che le mie origini non vanno ricercate solo in un luogo fisico ma anche in un luogo storico fatto di resistenza e di resilienza femminile.
Durante l'intervista hai spiegato quali le idee che ci sono dietro questa composizione. Puoi illustrare in modo sintetico ai lettori del blog di cosa si tratta? È (o sarà) possibile riascoltarla?
Su invito di Simone Frangi, Katia Schneller e Radio Papesse, ho concepito Bar Bar in un periodo in cui il distanziamento sociale e l'assenza di contatto fisico sono divenuti norma a causa della pandemia; ho deciso di esporre uno spazio intimo, come un paesaggio sonoro interiore. Un tentativo di vicinanza ed empatia verso coloro che ascoltano, un sussurrare nelle orecchie di qualcuno che al momento è distante. Il Festival des Gestes de la Recherche si è sviluppato in un ricchissimo formato radiofonico, ed è stato capace di generare intrecci e adiacenze. In Bar Bar ho utilizzato suono, linguaggio e fraintendimento come strumenti per materializzare e trasformare uno stato di isolamento. La voce è effimera, ma può essere anche tattile, un oggetto vulnerabile che si muove dal di dentro al di fuori, superando i confini del corpo marginalizzato in un mondo “iper-produttivo”. Attraverso parole frammentate, vocalizzazioni, melodie, canto, suoni ambientali, la composizione evolve in qualcosa che ho chiamato “forza balbettante”, intendendo il balbettìo come un'urgenza che irrompe nella normalità, mostrandoci l'aspetto più vulnerabile del linguaggio. Lavoro con la voce usando spesso suoni astratti, vocalizzazioni non-verbali, distorsioni e lingue sconosciute. Tale pratica offre un certo spazio di libertà: mostro la fragilità come il più bel dono, dandole quindi forza e grande visibilità. E' possibile ascoltare Bar Bar su Radio Papesse/Festival des Gestes de la Recherche, cliccando su „Latersounds 24. Nov 2020“ dal minuto 49’34''.
Non ti nascondo che ho avuto la sensazione di ricevere un senso di amore materno dalle tue azioni artistiche, musicali e sonore e mi ha fatto tanto bene al cuore sapere che da qualche parte nel mondo ci fosse un così amorevole sguardo sul mondo.
Provo anche io la stessa sensazione quando penso alle artiste che, grazie al loro esserci, al loro osservare, al loro creare, ci accompagnano in un processo di trasformazione. Forse potrebbe essere anche questa un'idea di madre, che per me di sicuro non significa solo donna-che-genera-figli. Madre, dunque, come processo di rinnovamento e di rivoluzione. E' un'immagine che mi rasserena.

Photo by Wendelin Büchler
Grazie donna elettrica, grazie Alessandra per la tua arte e per aver condiviso il tuo talento col mondo.










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